Reddito di cittadinanza: mancata comunicazione di nuova occupazione

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Reddito di cittadinanza: mancata comunicazione di nuova occupazione

Il reato di truffa al centro della sentenza n. 36936 del 4 ottobre 2024, con cui la terza sezione della Corte di cassazione penale esclude la particolare tenuità del fatto per la percezione indebita di circa 400 euro dovuta alla mancata comunicazione di nuova occupazione da parte dell’imputata, percettrice del reddito di cittadinanza.

Vediamo i termini della questione, i motivi del ricorso e la decisione della Corte di Cassazione

Il contesto del caso

Il caso prende le mosse dalla sentenza del Tribunale di Lecco del 24 ottobre 2022, successivamente confermata dalla Corte di Appello di Milano.

La sentenza coinvolge una donna percettrice del reddito di cittadinanza, accusata e condannata per il reato previsto dall’art. 7, comma 2, del decreto legge n. 4 del 2019.

Il cuore della vicenda è legato a una presunta omessa comunicazione di variazione occupazionale, obbligo previsto esplicitamente dal decreto legge n. 4/2019 in base al quale i beneficiari del reddito di cittadinanza devono comunicare tempestivamente qualsiasi variazione della propria condizione occupazionale, come ad esempio l’avvio di una nuova attività lavorativa.

Questo obbligo ha lo scopo di permettere agli enti competenti, tra cui l'Inps, di verificare che il percettore continui a rispettare i requisiti per il mantenimento del beneficio, e di rimodulare eventualmente l’importo erogato in base ai nuovi redditi.

Secondo quanto emerso nel processo, l’imputata avrebbe omesso di segnalare un cambiamento nella propria situazione lavorativa avvenuto nel 2020 e tale mancata comunicazione avrebbe prodotto l’indebita percezione del reddito di cittadinanza per un periodo in cui il reddito della ricorrente avrebbe dovuto essere ricalcolato.

Tale omissione ha portato alla condanna in primo grado da parte del Tribunale di Lecco.

Normativa di riferimento

L’art. 7, comma 2, del decreto legge n. 4/2019 prevede sanzioni penali per chiunque fornisca dati o dichiarazioni false o ometta di comunicare informazioni rilevanti allo scopo di ottenere indebitamente il reddito di cittadinanza; i beneficiari hanno l’obbligo di dichiarare qualsiasi cambiamento che possa influire sui requisiti di accesso al beneficio, inclusi cambiamenti reddituali o occupazionali.

Questo include, ad esempio, l'inizio di un nuovo lavoro, anche se si tratta di una nuova assunzione che non modifica lo stato di occupazione precedente.

In caso di omessa comunicazione, il beneficiario rischia non solo la revoca del beneficio, ma anche sanzioni penali che includono, come nel caso in oggetto, la condanna per indebito ottenimento del reddito di cittadinanza.

La sentenza di appello: conferma della condanna

La Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Lecco, ritenendo valida la condanna per omessa comunicazione di variazione occupazionale, rilevando che la normativa impone chiaramente l’obbligo di comunicare ogni variazione occupazionale che possa influire sui requisiti per il reddito di cittadinanza entro trenta giorni dall'inizio della nuova attività lavorativa.

Tale obbligo è indipendente dal fatto che la persona fosse già occupata al momento della presentazione della domanda per il sussidio.

La difesa ha invece sostenuto che la nuova assunzione non avrebbe comportato una variazione significativa nella condizione occupazionale, e che quindi non fosse necessario comunicare l'evento all'Inps.

Tuttavia, la Corte ha rigettato questa argomentazione sottolineando che la norma non fa differenze tra nuovi lavori che modificano o meno lo stato occupazionale, ma si concentra solo sulla variazione del reddito percepito; è stato inoltre evidenziato che l’imputata aveva ricevuto adeguate informazioni circa i propri obblighi tramite la modulistica del reddito di cittadinanza, il che rende inapplicabile la difesa basata sull’ignoranza o l'errore di legge.

Motivi del ricorso

Primo motivo di ricorso: vizi di motivazione e violazione di legge

Il primo motivo di ricorso per cassazione si fonda sulla presunta violazione di legge e vizi di motivazione da parte della Corte di appello; la difesa sostiene onfatto che la nuova assunzione avvenuta nel 2020 non costituiva una variazione occupazionale rilevante ai fini della comunicazione all’Inps, poiché lo stato di occupata non era cambiato rispetto a quello precedente, e non sussisteva dunque alcun obbligo di comunicazione.

Inoltre, la difesa ha rilevato che la Corte di Appello non avrebbe adeguatamente risposto alle argomentazioni sollevate dalla ricorrente, né avrebbe spiegato chiaramente perché la comunicazione fosse necessaria in assenza di una variazione sostanziale della propria condizione lavorativa.

Infine, ha sostenuto che l’imputata non fosse consapevole dell'eventuale illiceità del comportamento, in quanto non riteneva di essere in violazione di alcuna norma.

La Corte di Cassazione ha rigettato il primo motivo di ricorso, ritenendolo infondato.

In primo luogo, la Corte ha richiamato l’art. 3, comma 8, del decreto legge n. 4/2019, che prevede chiaramente l’obbligo per il percettore del reddito di cittadinanza di comunicare entro 30 giorni l’inizio di un nuovo lavoro dipendente all’Inps,tramite la Piattaforma digitale per il Patto per il lavoro o presso i centri per l’impiego.

La Corte ha inoltre chiarito che l’obbligo di comunicazione si riferisce alla variazione della condizione occupazionale, che comprende non solo l’inizio di una nuova attività lavorativa, ma anche le variazioni del reddito.

Dunque, anche se il nuovo rapporto di lavoro non cambiava lo stato generale di occupata della ricorrente, il reddito percepito dalla nuova attività costituiva una modifica rilevante ai fini del calcolo del reddito di cittadinanza: pertanto, la mancata comunicazione ha determinato l'indebito mantenimento del beneficio.

Infine, la Corte ha rigettato l’argomentazione secondo cui l’imputata non sarebbe stata consapevole dell’illecito: viene ribadito il noto principio per cui l’ignoranza della legge non esclude la responsabilità penale, specialmente considerando che i doveri di comunicazione erano chiaramente indicati nei moduli compilati dalla ricorrente al momento della domanda per il reddito di cittadinanza.

Secondo motivo di ricorso: particolare tenuità del fatto

Nel secondo motivo di ricorso viene contestato il diniego della Corte di Appello di riconoscere la particolare tenuità del fatto ai sensi dell’art. 131 bis del codice penale.

La difesa ha sottolineato che l’importo indebitamente percepito era pari a soli 472,90 euro, una somma che doveva essere considerata esigua e tale da giustificare l’applicazione della causa di non punibilità per tenuità del fatto.

Inoltre, la difesa ha contestato le conclusioni della corte di appello in merito alla data di instaurazione del nuovo rapporto lavorativo e alla revoca del beneficio: il nuovo rapporto di lavoro era stato instaurato nel settembre 2020, e la rilevanza di tale rapporto ai fini del reddito di cittadinanza si sarebbe concretizzata solo dall’ottobre 2020.

Il beneficio era stato comunque revocato a novembre dello stesso anno, il che, secondo la difesa, dimostrava la lieve entità della violazione.

Anche il secondo motivo di ricorso è stato rigettato dalla corte di cassazione.

Gli ermellini hanno ritenuto corretta la decisione della corte di appello di non riconoscere la particolare tenuità del fatto: sebbene infatti 472,90 euro possa sembrare una somma relativamente modesta, la Corte ha sottolineato che la violazione non riguarda solo l’importo, ma il principio alla base della corretta gestione del beneficio.

La Cassazione ha inoltre rilevato che le contestazioni difensive in merito alla data di instaurazione del nuovo rapporto di lavoro e alla revoca del beneficio attengono al merito della vicenda, e non possono essere oggetto di sindacato in sede di legittimità.

Terzo motivo di ricorso: violazione della legge penale

Il terzo e ultimo motivo di ricorso riguarda la presunta violazione della legge penale.

La difesa ha sostenuto che il fatto contestato non sarebbe più previsto dalla legge come reato a seguito dell’abrogazione dell’articolo 7 del decreto legge n. 4/2019, entrata in vigore il 1° gennaio 2024.

La Corte di Cassazione ha rigettato anche questo motivo di ricorso, chiarendo che l’abrogazione dell’articolo 7 del decreto legge n. 4/2019, disposta a partire dal 1° gennaio 2024, non ha effetto retroattivo.

Le sanzioni penali previste per i fatti commessi prima dell’abrogazione restano pienamente applicabili, in quanto la normativa ha specificatamente mantenuto la punibilità dei reati legati al reddito di cittadinanza fino alla data di soppressione del beneficio.

La Corte ha inoltre rilevato che la decisione di non applicare retroattivamente l’abrogazione è sorretta da una plausibile giustificazione, ovvero garantire la tutela penale contro l’indebita percezione del reddito di cittadinanza fino alla sua eliminazione.

A seguito della dichiarazione di inammissibilità del ricorso, l’imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e a versare una sanzione di 3.000 Euro a favore della Cassa delle Ammende, come previsto dall’art. 616 c.p.p.

FAQ

1. Qual era il reato contestato?

La ricorrente è stata condannata per il reato di omessa comunicazione di variazione occupazionale in relazione al reddito di cittadinanza, previsto dall’art. 7, comma 2, del decreto legge n. 4/2019. La normativa impone ai beneficiari del sussidio l’obbligo di segnalare tempestivamente qualsiasi variazione della loro situazione lavorativa.

2. Quali erano i motivi di ricorso presentati?

  • Vizi di motivazione e violazione di legge, sostenendo che non era tenuta a comunicare la nuova assunzione perché non rappresentava una variazione occupazionale.

  • Particolare tenuità del fatto, chiedendo l’applicazione dell’art. 131 bis c.p. per l’importo indebitamente percepito (472,90 Euro).

  • Violazione della legge penale, sostenendo che il fatto contestato non era più previsto come reato a seguito dell’abrogazione dell’art. 7 del decreto legge n. 4/2019.

3. Perché la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso?

La Corte ha ritenuto infondati tutti i motivi di ricorso. In particolare, ha ribadito l’obbligo di comunicare ogni variazione occupazionale entro 30 giorni, ha escluso la particolare tenuità del fatto e ha affermato che l’abrogazione del reato non ha effetto retroattivo.

4. Cosa comporta la mancata comunicazione di una variazione occupazionale?

La mancata comunicazione può portare alla revoca del Reddito di Cittadinanza e, nei casi più gravi, a sanzioni penali. Come nel caso in oggetto, il beneficiario può essere condannato per indebita percezione del beneficio e soggetto a ulteriori conseguenze legali.

5. L’abrogazione dell’art. 7 del decreto legge n. 4/2019 rende non punibili i reati precedenti?

No, l’abrogazionenon ha effetto retroattivo.

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