Il Ministero della Giustizia ha messo a punto un documento, aggiornato a febbraio 2025, recante i "Criteri guida per la redazione dei codici di comportamento delle associazioni rappresentative degli enti".
Detti criteri sono stati elaborati dall'apposito gruppo di lavoro costituito dal Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia.
Il gruppo di lavoro ha coinvolto diversi interlocutori per confrontarsi sulla prassi ministeriale e sul contenuto e forma dei codici, con particolare attenzione al tema della corruzione internazionale.
Nel documento, viene evidenziato come i codici di comportamento siano fondamentali per la costruzione di modelli di organizzazione e gestione ai sensi del Decreto Legislativo n. 231/2001, che ha introdotto la responsabilità amministrativa degli enti per gli illeciti commessi da loro dipendenti.
Il Ministero della Giustizia, attraverso la sua funzione di approvazione dei codici di comportamento, mira a supportare le associazioni imprenditoriali e professionali nel creare strumenti concreti e attuabili che aiutino gli enti a prevenire il rischio di reato.
Il documento si propone di rispondere a due principali obiettivi:
Sebbene la scelta di adottare un modello organizzativo e le modalità di attuazione siano responsabilità esclusiva di ciascun ente, i codici di comportamento offrono un punto di riferimento utile per l'elaborazione di modelli efficaci.
Nel documento, si rammenta che l'approvazione dei codici avviene tramite una procedura che coinvolge il Ministero della Giustizia e può includere osservazioni riguardo all’idoneità del codice a prevenire i reati.
Il processo di approvazione è regolato dal D.M. n. 201/2003, che prevede che le associazioni presentino i propri codici corredati dallo statuto e dall'atto costitutivo.
Una volta ricevuti, i codici sono esaminati e, se conformi ai criteri richiesti, approvati entro un termine di 30 giorni, salvo osservazioni da parte del Ministero.
Viene evidenziata, a seguire, l'importanza di garantire che i codici di comportamento siano concreti e facilmente implementabili, evitando modelli che si limitano a rispondere agli obblighi formali senza apportare reali misure preventive.
I modelli devono essere specifici per il settore di appartenenza, rispondendo alle esigenze concrete degli enti rappresentati. In particolare, i codici devono includere una chiara descrizione dei rischi specifici e dei protocolli da seguire per prevenirli, integrando strumenti di controllo interno, formazione e vigilanza.
Inoltre, il documento enfatizza l'importanza di un approccio dinamico alla redazione dei codici, che siano costantemente aggiornati in base all’evoluzione delle normative, della giurisprudenza e dei cambiamenti organizzativi.
La parte generale del modello organizzativo, secondo le indicazioni, deve trattare gli aspetti fondamentali dell'ente, come la struttura, i destinatari del codice, la metodologia di identificazione dei rischi e la definizione di un sistema disciplinare.
La parte speciale, invece, deve affrontare specificamente i rischi legati ai reati presupposto, fornendo protocolli concreti per le attività sensibili.
In sintesi, i codici di comportamento devono essere strumenti pratici, per guidare gli enti nella prevenzione dei reati, adattabili alle specifiche realtà organizzative e in grado di rispondere ai requisiti legali e alle best practices del settore.
Il loro obiettivo è quello di ridurre significativamente il rischio di responsabilità per l'ente, in modo da creare un sistema di auto-regolamentazione efficace e conforme alla normativa vigente.
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