Niente estradizione in Turchia

Pubblicato il 24 dicembre 2016

La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, ha negato l’estradizione in Turchia di un soggetto colpito da un mandato di cattura dall'autorità giudiziaria di Istanbul, in relazione al reato di associazione e traffico illecito di stupefacenti, per aver trasportato eroina dalla Turchia alla Germania.

Il diniego all’estradizione è stato motivato, in particolare, stante il contestato quadro “assolutamente preoccupante”in Turchia, per il rispetto dei diritti della persona; circostanza già emersa da tempo, per aver, il predetto Stato, subito il maggior numero di condanne in Europa per mancato rispetto dei diritti umani.

Diritti difensivi limitati e trattamenti degradanti nei carceri

Tale situazione, oltretutto – già di per sé rilevante ai fini della decisione sulla domanda di estradizione – si è ulteriormente aggravata dopo il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016, a seguito del quale il Governo turco, con comunicato ufficiale al Consiglio d’Europa, ha dichiarato di volersi avvalere della deroga di cui all’art. 15 Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, con conseguente parziale sospensione dalla stessa.  Da ciò è dipesa una drastica limitazione dei diritti difensivi dell’imputato nel processo penale, con forte incremento dei poteri della polizia.

Si tratta di condizioni che trovano tra l’altro riscontro nella nota della sezione italiana di Amnesty International del 24 luglio 2016, in cui si evidenziano, per l’appunto, casi generali di detenzione arbitraria, di violazione di regole del giusto processo e di pratiche di tortura eseguite ai danni dei detenuti.

Alla luce di tutto ciò, anche ritenedosi contingente la descritta situazione legata allo stato di emergenza in Turchia, deve ritenersi – conclude la Corte con sentenza n. 54467 del 21 dicembre 2016  – che la consegna dell’imputato in questione, lo esporrebbe attualmente al rischio di subire un processo con forti limitazioni dei propri diritti, nonché di essere sottoposto a trattamenti disumani e degradanti nei carceri di quel Paese.

 

 

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