In commissione Finanze della Camera, il capo della Vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, ha descritto lo scenario che si sarebbe presentato senza il decreto salva banche (Dlgs. 180/2015).
Nel caso in cui il Governo non fosse intervenuto con i provvedimenti di risoluzione, oltre alla liquidazione atomistica per i quattro istituti di credito, dal 1° gennaio 2016 sarebbe scattato il bail in dei creditori.
Con l'intervento è salva la continuità operativa delle banche in crisi, con la tutela: del posto di quasi seimila lavoratori, di circa 200mila piccole imprese affidate, cui si sarebbe dovuto chiedere il rientro immediato; dei crediti di un milione di correntisti; dei risparmi raccolti in forma di depositi e obbligazioni ordinarie. Inoltre, non sono state impiegate risorse pubbliche, dunque le perdite non sono state spalmate all'intera cittadinanza. Quanto alle obbligazioni subordinate sarebbero comunque diventate carta straccia.
Prima di prendere la strada del salva banche era stata data la disponibilità per l'utilizzo del Fondo Interbancario di tutela dei depositi. Avrebbe assorbito i rischi relativi ai crediti deteriorati, con il superamento delle crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche.
Ma Bruxelles, senza dare un no secco, ha fatto intendere che sarebbe partita una procedura di infrazione per l'Italia. La Commissione Europea, con una preclusione non condivisa dai vertici di Bankitalia, ha ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi, considerato un ente non di natura privata per via della partecipazione di esponenti di Bankitalia e per l’ampiezza dei suoi contributi.
Secondo un documento visionato dall'Ansa, per l'Unione europea erano possibili tre strade:
fondi privati;
fondo di tutela dei depositi, che comunque avrebbe fatto scattare la risoluzione e le perdite per gli obbligazionisti subordinati;
fondo salva-banche.
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